Periodo Muromachi. La pittura dei monaci zen.

Una scuola artistica contemporanea ai pittori di Tofokuji era formata dai monaci pittori che mantenevano stretti contatti con i monaci cinesi, riuscendo così ad acquisire una più approfondita conoscenza delle dottrine zen; le loro pitture mostrano infatti la conoscenza delle pitture di epoca Yuan in Cina.

• Kao

Studia lo zen in Cina intorno al 1317.
Una sua famosa pittura mostra un eremita di montagna chiamato Kensu (= figlio del gamberetto), in quanto la sua sopravvivenza era dovuta alla pesca dei gamberetti. È visibile la gioia dell’individuo del vivere nella natura e della propria condizione.

Kao - Kensu

Kao – Kensu

• Mokuan

Venne soprannominato “la reincarnazione di Muqi“, a causa della sua passione per le opere di questo monaco-pittore cinese, di cui abbiamo parlato in questo articolo.
Una sua famosa pittura rappresenta una delle più popolari divinità zen, Hotei (in cinese Budai), che sarebbe vissuta sul monte Siming nella Cina meridionale tra il tardo IX secolo e l’inizio del X. Più tardi Hotei verrà ritenuto un’incarnazione del Buddha Maitreya e uno dei sette dèi della fortuna. Il pennello traccia un effetto asciutto e spezzato con linee agili e sottili.

Mokuan - Hotei

Mokuan – Hotei

Oltre a questi due personaggi, vi era un altro gruppo di monaci che non sono dipingeva, ma componeva testi poetici che apponeva alle opere.

• Taikyo Genju

Una sua pittura mostra un uccello fra due alberi ed una roccia. La didascalia parla di un tentativo di trovare la verità incassata nella dura roccia, come un uccello che becchetti nel muschio bianco.

Taikyo Genju

Taikyo Genju

• Tesshu Tokusai (1342 – 1366) e Gyokuen Bompo (1347 – 1420)

Erano due monaci zen divenuti letterati. Entrambi erano specializzati nella realizzazione di orchidee, che simboleggiavano le virtù del gentiluomo istruito, ovvero nobiltà, modestia e purezza. Lo stesso simbolismo era relativo al bambù, simbolo della rettitudine dell’uomo istruito. Queste due piante divennero uno dei soggetti preferiti dai pittori di nobili origini.

Bompo - Kakemono

Bompo – Kakemono

• Josetsu

Fino all’inizio del XV secolo, nelle pitture appaiono figure umane nel vuoto. L’abbandono di questo stile è evidente nella pittura Hyonen zu (= pesce-gatto e zucca) che illustra il tipico apologo zen “come catturare un grosso e scivoloso pesce-gatto con una zucca dal collo sottile“. È un’opera del monaco Josetsu del XV secolo, che interpretò il rapporto tra pescatore e natura in modo molto naturalistico, aggiungendo molti più particolari al paesaggio delle pitture precedenti.

La sua opera dev’essere anche ricordata per l’asimmetria, una caratteristica che era stata associata alle pitture di Ma Yuan e Xia Gui, due pittori cinesi di epoca Song.
Questa pittura era originariamente incollata su un paravento ligneo con gambe (tsuitate) sul retro del quale si trovava una collezione di 30 poesie con la prefazione di Bompo. Le poesie furono calligrafate da 30 monaci poeti, i nomi dei quali rappresentavano una sorta di rappresentanza della gerarchia ecclesiastica zen.
Bompo scrive che Josetsu rappresenta la scena secondo un “nuovo stile pittorico“, espressione che non siamo in grado di comprendere a pieno.

Le novità di questa pittura sono quindi:

  • attenzione dettagliata verso il paesaggio;
  • composizione asimmetrica;
  • colpi di pennello sottili e accurati.

Da questo momento in poi, la pittura giapponese porrà più attenzione al paesaggio con l’accento sull’asimmetria della composizione e sul forte contrasto tra aree piene e vuote.

Josetsu - Hyonen zu

Josetsu – Hyonen zu

• Shubun

A Josetsu successe il monaco pittore Shubun come pittore ufficiale dello shogun degli Ashikaga a Shokokuji.
A Shubun vengono attribuite molte pitture che vengono chiamate shigajiku (= rotoli di poesia e pittura), ovvero rotoli verticali con paesaggio dipinto in basso ed un certo numero di poesie scritte a pennello nella parte alta, in stile cinese.

In questo periodo, i monaci zen diventano personalità non solo religiose ma anche laiche, coprendo incarichi amministrativi.
I colti funzionari cinesi incaricavano questi artisti di rappresentare il perfetto stato in cui si trova la mente quando è lontana dai doveri mondani e dalla città. Inoltre, i monaci si incontravano in riunioni poetiche durante le quali scrivevano versi che esaltavano la meravigliosa bellezza della vita contemplativa. In questo modo è nato lo stile shigajiku.
Il tipico shigajiku riservava molto più spazio alla poesia che alla pittura, spesso relegata alla base del rotolo. Lo squilibrio tra pittura e letteratura indica quali distanze separassero i monaci istruiti e i monaci pittori all’interno delle comunità zen. Spesso, la parte scritta era realizzata da personalità erudite e di un certo peso, mentre i pittori, provenienti da famiglie modeste, erano addirittura raramente menzionati nella letteratura ufficiale.

Una sua pittura conservata al Museo Nazionale di Tokyo mostra il desiderio del monaco zen di condurre una vita di studio, lontano dalle preoccupazioni, dove poter meditare senza interferenze di alcun genere.

Shubun è ritenuto il primo giapponese ad aver trattato il paesaggio come soggetto principale della pittura a inchiostro. A lui vengono attribuiti diversi shigajiku e un gruppo di paraventi pieghevoli con pitture a inchiostro raffiguranti paesaggi.
Morì prima del 1463, data in cui il suo stipendio nel tempio venne girato ad un nuovo artista, Oguri Sotan, la cui carriera è stata completamente oscurata dal tempo.

Shubun

Shubun

Tra i pittori paesisti posteriori a Shubun ricordiamo Noami, Geiami e Soami, che appartenevano al gruppo Ami della setta buddhista Jishu, fondata nel XIII secolo dal sacerdote Ippen in onore del Buddha Amida. Essi avevano la carica di consiglieri e curatori delle collezioni d’arte degli shogun Ashikaga. Nel 1511 Soami scrisse un libro con un elenco di pittori cinesi le cui opere erano all’interno della collezione degli shogun.
Soami pubblicò anche un altro libro, dal titolo Okazari ki (= Note sulla decorazione di interni) che stabiliva un modello per la decorazione d’interni nello stile architettonico proprio dello shoin, inclusa la posizione degli oggetti nelle nicchie (tokonoma).
Di Soami ricordiamo il “Paesaggio nelle quattro stagioni” su una coppia di paraventi pieghevoli a sei pannelli conservati al Metropolitan Museum of Art di New York. L’opera è realizzata con inchiostro diluito, riuscendo a trasmettere l’idea di uno stato d’animo contemplativo.

Soami

Soami

• Sesshu (1420 – 1506)

Il merito di questo artista è che egli liberò l’arte della pittura a inchiostro dalle restrizioni dei monasteri zen, sollevandola ad un livello più alto.
Pur non lavorando per gli shogun, tramite dei mecenati riuscì a raggiungere l’indipendenza economica sino ad allora negata ai pittori giapponesi.

Sesshu era stato allievo Shubun a Shokokuji, ma non venne scelto come suo successore; questo potrebbe averlo fatto allontanare nella provincia di Yamaguchi, Honshu occidentale. Qui egli ebbe la protezione di un signore di nome Ouchi, che intratteneva commerci con la Cina. Egli poté così costituirsi uno studio, chiamato Unkoku-an, e nel 1467 andò in Cina, dove rimase per più di un anno a contatto con l’arte cinese.

Tornato in Giappone, Sesshu realizza numerose opere caratterizzate da equilibrata composizione architettonica, solidità delle masse e da una tesa interazione di linee diagonali e verticali e dalla forza ed evidenza dei contorni. Un’opera che esprime bene questa tecnica è “Paesaggi autunnali e invernali” conservata al Museo Nazionale di Tokyo, formata da una serie di quattro rotoli da appendere. Un’altra sua opera fondamentale è il rotolo della collezione Mori, noto come “Rotolo lungo” data la sua lunghezza di 16 metri, su cui l’artista rappresentò i cambiamenti climatici delle quattro stagioni.

Le pitture di Sesshu si basano completamente sull’elemento pittorico, non ci sono didascalie né intenti filosofici secondari. Egli firmava le sue opere e vi opponeva i propri sigilli – cosa che fino ad allora non era mai stata fatta -.
Il pregio di questo pittore è che fu il primo a liberare la pittura dall’elemento religioso acquisendo l’autoconsapevolezza di un artista indipendente.

Un’altra innovazione per quanto riguarda questo artista è l’inchiostro spruzzato, realizzato con dell’inchiostro scuro applicato su dell’inchiostro chiaro ancora umido, per comunicare l’impressione di un paesaggio colto sull’attimo.

Infine, fondamentale l’opera che Sesshu dona al suo discepolo Soen, in cui si ha una didascalia che narra un’autobiografia del pittore con la descrizione delle sue convinzioni filosofiche. In questo testo, Sesshu si vede riconoscente nei confronti dei suoi maestri Josetsu e Shubun, e sostiene che la pittura debba trarre ispirazione solo e soltanto dalla natura.

Con il termine del potere degli Ashikaga, nel XVI secolo, svanisce il prestigio della capitale, e le tecniche di Sesshu si diffondono nelle province meridionali e settentrionali.

Sesshu

Sesshu

• Sesson (1504 – 1590)

Si tratta di un monaco artista zen che visse sempre nel Giappone nord-orientale e che aveva una visione personale: l’inchiostro scuro contrasta nettamente con le zone bianche non dipinte, creando degli effetti duri.
Ricordiamo la pittura del Museo Yamato Bunkakan di Nara, dov’è rappresentato l’immortale taoista Lu Dong Pin (in giapponese Rodohin), uno dei patriarchi zen, come un bizzarro eccentrico; la pittura crea un effetto di turbamento, lontano dallo stile di Sesshu.

Sesson

Sesson – Lu Dong Pin

• Kano Masanobu (1434 – 1530)

È l’ultimo pittore ufficiale ingaggiato da uno shogun di Ashikaga ed il fondatore della scuola Kano, che durò senza interruzioni per i successivi 400 anni!
Non aveva grande istruzione zen, ma era un pittore di icone policrome.
Nel 1483 fu incaricato di decorare gli edifici della villa dello shogun Yoshimasa a Higashiyama.

È bene ricordare il ritratto di Hotei, rappresentato come un funzionario laico. Un’altra opera rappresentativa è quella della gru solitaria raffigurata su uno specchio d’acqua su un paravento pieghevole: si tratta dell’apice dell’attività di Masanobu.

Rispetto alle opere di Sesshu, la composizione è più semplice e nitida, le forme pittoriche più incisive e le variazioni di tonalità più ricche e anche tenui.

Il successo della scuola Kano era dovuto al versatile talento e alla duttilità di Masanobu. Bisogna anche ricordare che i discendenti di Masanobu mantennero la loro posizione di artisti ufficiali dello shogun fino alla fine dell’era feudale giapponese. Nonostante la caduta degli Ashikaga, Masanobu seppe soddisfare tutti i successivi capi militari.

Masanobu

Masanobu

• Motonobu (1476 – 1559)

Figlio di Masanobu.
Assicurò a sé stesso e alla sua discendenza la protezione della classe militare dominante, dei nobili di corte, dei monasteri zen e dei ricchi mercanti, che stavano allora cercando di costituire una nuova classe sociale.
Si crede che Motonobu abbia sposato una donna della famiglia Tosa, custode della tradizionale pittura Yamato-e: questa alleanza gli permise di imparare a padroneggiare lo stile Yamato-e e di incorporarlo nella pittura a inchiostro.

All’età di 38 anni, decorò delle stanze del tempio Daitokuji, a Kyoto; su otto grandi pannelli scorrevoli sono dipinte flora e fauna delle quattro stagioni.

Motonobu

Motonobu

Per quanto riguarda infine la ceramica e le arti minori, per il periodo Muromachi possiamo fare le seguenti brevi considerazioni.

La cerimonia del tè diede un forte impulso allo sviluppo di varie attività artigianali, fra cui la realizzazione di ceramiche e la lavorazione di lacca, legno, bambù e metallo.
Per servire il tè ed il leggero pasto ad esso annesso, chiamato kaiseki, erano necessari vari strumenti, progettati appositamente per questa funzione.

Si iniziano a produrre brocche in lacca rossa, tecnica originaria di Negoro-dera, un tempio buddhista del XII secolo a Sud di Osaka. I vasi vengono infatti chiamati “vasi Negoro” e sono di una colorazione rossa quasi traslucida. Dove il rosso è consumato, si intravede la sottostante lacca nera, che forma dei motivi irregolari. Questo tipo di vasellame rivela l’amore dei giapponesi per la rustica bellezza degli oggetti quotidiani.

Negoro

Negoro

La lacca viene lavorata in questo periodo anche con la tecnica maki-e.
Lo sfondo delle decorazioni sui manufatti in lacca realizzati con questa tecnica era spesso ricoperto di minute macchioline d’oro, che producevano un effetto chiamato nashiji, ovvero “sfondo a pera“, in quanto richiama la buccia maculata delle pere giapponesi.

Un’altra tipologia di manufatti che viene realizzata in questo periodo è formata dalle maschere di tipo ko-omote, indossate durante i drammi e composte dai tratti essenziali del volto, con la bocca socchiusa, il mento prominente, senza le orecchie.

Ko-omote

Ko-omote

 

• Bibliografia.

– Murase, M. – L’arte del Giappone, TEA, 1996.

Diana Civitillo

Diana Civitillo

So di non sapere. Il costante arricchimento intellettivo è una delle migliori soddisfazioni nella vita. Laureata in Elamico (Archeologia: Oriente e Occidente) e in Letteratura Italiana (Cultura e Amministrazione dei Beni Culturali) e appassionata di storia, archeologia, letteratura, arte. Insomma, della vera sostanza dell’esistenza!

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